iNTELLiBOOK.net
Index
Omero

Odissea iNTELLiBOOK
Traduzione di Vincenzo Monti

Libro Ventiquattresimo [by reading-path Telemaco]

Mercurio intanto, di Cillene il dio
L'alme de' proci estinti a sé chiamava.
Tenea la bella in man verga dell'oro,
Onde i mortali dolcemente assonna,
Sempre che il vuole, e li dissonna ancora.
Con questa conducea l'alme chiamate,
Che stridendo il seguìano. E come appunto
Vipistrelli nottIvaghi nel cupo
Fondo talor d'una solenne grotta,
Se avvien che alcun dal sasso ove congiunti
L'uno appo l'altro s'atteneano, caschi,
Tutti stridendo allor volano in folla:
Così movean gli spirti, e per la fosca
Via precedeali il mansueto ErmEte.
L'Oceàn trapassavano, e la bianca
Pietra e del sole le lucenti porte,
Ed il popol de' sogni: indi ai vestiti
D'asfodèlo immortale inferni prati
Giunser, dove soggiorno han degli estinti
Le aeree forme e i simulacri ignudi.
L'alma trovâro del Pelìade Achille,
Di Pátroclo, d'Antiloco e d'Aiace,
Che i Danai tutti, salvo il gran Pelìde,
Di corpo superava e di sembiante,
Corona fean di Pèleo al figlio: ed ecco
Dolente presentarsegli lo spirto
Dell'Atride Agamennone, cui tutti
Seguìan coloro che d'Egisto un giorno
Nella casa infedel con lui periro.
Primo gli volse le parole Achille:
Noi credevamti sovra tutti, Atride
Della Grecia gli eroi diletto al vago
Del fulmin Giove, poiché a molta e forte
Gente imperavi sotto l'alte mura
Di Troia, lungo degli Achivi affanno.
Pur te assalir dovea, primo tra quelli
Che ritornâro, la severa Parca,
Da cui scampar non lice ad uom che nacque.
Ché non moristi almeno in quell'eccelso
Grado, di cui godevi, ad Ilio innanzi?
Qual tomba i Greci, che al tuo figlio ancora
Somma gloria sarìa ne' dì futuri,
Non t'avrìano innalzata? Oh miseranda
Fine che in vece ti prescrisse il fato!»
«Felice te», gli rispondea l'Atride,
«Figlio di Pèleo, Achille ai numi eguale,
Tu che a Troia cadesti, e lunge d'Argo,
E a cui de' Greci e de' Troiani i primi,
Che pugnavan per te, cadeano intorno!
Tu de' cavalli immemore e de' cocchi,
Cadaver grande sovra un grande spazio,
Giacevi in mezzo a un vortice di polve;
E noi combattevam da mane a sera,
Né cessava col dì, credo, l'atroce
Pugna ostinata, se da Giove mosso
Gli uni non dividea dagli altri un turbo.
Tosto che fuor della battaglia tratto,
E alle navi per noi condotto fosti,
Asperso prima il tuo formoso corpo
Con tepid'acque e con fragranti essenze,
Ti deponemmo in su funèbre letto;
E molte sovra te lagrime calde
Spargeano i Danai e recideansi il crine.
Ma la tua madre, il grave annunzio udito,
Del mare uscì con le Nereidi eterne,
E un immenso clamor corse per l'onde,
Tal che tremarsi le ginocchia sotto
Gli Achei tutti sentiro. E già salite
Precipitosi avrìan le ratte navi,
S'uom non li ritenea, la lingua e il petto
Pien d'antico saver, Nestor, di cui
Ottimo sempre il consigliar tornava:
"Arrestatevi, Argivi, non fuggite",
Disse il profondo del Nelìde senno,
"O figli degli Achei: questa è la madre,
Ch'esce dall'onda con l'equòree Dive
E al figliuol morto viene". A tai parole
Ciascun risté. Ti circondaro allora
Del vecchio Nereo le cerulee figlie,
Lugubri lai mettendo, e a te divine
Vesti vestiro. Il coro anche plorava
Delle nove sorelle, alternamente
Sciogliendo il canto or l'una, or l' altra; e tale
Il poter fu delle canore Muse,
Che un sol Greco le lagrime non tenne.
Dieci dì e sette ed altrettante notti,
Uomini e dèi ti piangevam del pari:
Ma il giorno che seguì, ti demmo al foco,
E agnelle di pinguedine fiorite
Sgozzammo e buoi dalla lunata fronte.
Tu nelle vesti degli dèi, nel dolce
Mele fosti arso e nel soave unguento;
E mentre ardevi, degli Acaici eroi
Molti corser con l'arme intorno al rogo,
Chi sul cocchio, chi a piedi; ed un rimbombo
Destossi che salì fino alle stelle.
Come consunto la vulcania fiamma,
Achille, t'ebbe, noi le candide ossa,
Del più puro tra i vini e del più molle
Tra gli unguenti irrigandole, su l'Alba
Raccoglievamo; e la tua madre intanto
Portò lucida d'oro urna, che dono
Dicea di Bacco e di Vulcan fattura.
Entro quest'urna le tue candide ossa
Con quelle di Patròclo, illustre Achille,
Giaccion: ed ivi pur, benché disgiunte,
L'ossa posan d'Antìloco, cui tanto
Sovra tutti i compagni onor rendevi,
Spento di vita il Menezìade. Quindi
Massima ergemmo e sontuosa tomba
Noi de' pugnaci Achivi oste temuta,
Su l'Ellesponto, ove più sporge il lido:
Perché chi vive e chi non nacque ancora,
Solcando il mar la dimostrasse a dito.
La madre tua, che interrogonne i numi,
Splendidi in mezzo il campo al fior dell'oste
Giuochi propose. Io molte esequie illustri
Dove all'urna d'un re la gioventude
Si cinge i fianchi, e a lotteggiar s'appresta,
Vidi al mio tempo: ma più assai, che gli altri
Certami tutti, con le ciglia in arco
Quelle giostre io mirai, che per te diede
Sì belle allor la piediargentea Teti.
Così caro vivevi agl'immortali!
Però il tuo nome non si spense teco:
Anzi la gloria tua pel mondo tutto
Rifiorirà, Pelìde, ognor più bella.
Ma io qual pro di così lunga guerra
Da me finita, se cotal ruina
Per man d'Egisto e d'una moglie infame,
Pronta mi tenea Giove al mio ritorno?»
Cotesti avean ragionamenti, quando
Lor s'accostò l'interprete Argicida,
Che de' proci testé da Ulisse vinti
L'alme guidava. Agamennòne e Achille
Non prima li sguardâr che ad incontrarli
Maravigliando mossero. L'Atride
Ratto conobbe Anfimedonte, il caro
Figlio di quel Melanio, onde ospizio ebbe
In Itaca, e così primo gli disse:
«Anfimedonte, per qual caso indegno
Scendeste voi sotterra, eletta gente,
E tutti d'una età? Scêrre i migliori
Meglio non si potrìa nella cittade.
Nettuno forse vi annoiò sul mare,
Fieri venti eccitando e immani flutti?
O v'offesero in terra uomini ostili,
Mentre buoi predavate e pingui agnelle?
O per la patria e per le care donne
Combattendo cadeste? A un tuo paterno
Ospite, che tel chiede, manifesta.
Non ti ricorda di quel tempo, ch'io
Col divin Menelao venni al tuo tetto,
Ulisse a persuader, che su le armate
Di saldi banchi e ben velate navi
Ci accompagnasse a Troia? Un mese intero
Durò il passaggio per l'immenso mare,
Poiché svelto da noi fu a stento il prode
Rovesciator delle cittadi Ulisse».
E di rincontro Anfimedonte: «O figlio
Glorïoso d'Atrèo, re delle genti,
Serbo in mente ciò tutto; e qual reo modo
Ci toccasse di morte, ora io ti narro.
D'Ulisse, ch'era di molt'anni assente,
La consorte ambivamo. Ella nel core
Morte a noi macchinava, e non volendo
Né rifiutar, né trarre a fin le nozze,
Un compenso inventò. Mettea la trama
In sottile ampia, immensa tela ordita
Da lei nel suo palagio; e, noi chiamati:
"Giovinetti", dicea, "miei proci, Ulisse
Sensa dubbio morì. Tanto a voi dunque
Piaccia indugiar le nozze mie ch'io questo
Lugubre ammanto per l'eroe Laerte,
Onde a mal non mi vada il vano stame,
Pria fornir possa, che la negra il colga
D'eterno sonno apportatrice Parca.
Volete voi che mòrdanmi le Achee,
Se ad uom, che tanto avea d'arredi vivo,
Fallisse un drappo, in cui giacersi estinto?"
Con siffatte parole il core in petto
Ci tranquillò. Tessea di giorno intanto
L'insigne tela e la stessea di notte,
Di mute faci al consapevol raggio.
Un trïennio così nella sua frode
Celavasi e tenea gli Achivi a bada.
Ma sorgiunto il quart'anno, e le stagioni,
Uscendo i mesi, nuovamente apparse,
E compiuta de' giorni ogni rivolta,
Noi, da un ancella non ignara instrutti,
Penelope trovammo al suo notturno
Retrogrado lavoro, e ripugnante
Pur di condurlo la sforzammo a riva.
Quando ci mostrò alfin l'inclito ammanto,
Che risplendea, come fu asterso tutto,
Del sole al pari o di Selene, allora
Ulisse, non so d'onde, un genio avverso
Menò al confin del campo, ove abitava
Il custode de' verri, ed ove giunse
D'Ulisse il figlio, che ritorno fea
Dall'arenosa Pilo in negra nave.
Morte a noi divisando, alla cittade
Vennero; innanzi il figlio e il padre dopo.
Questi in lacero arnese e somigliante
A un infelice paltoniere annoso,
Che sul bastone incurvasi, condotto
Fu dal pastor de' verri; i più meschini
Vestiti appena il ricoprìan, né alcuno
Tra i più attempati ancor, seppe di noi,
Com'ei s'offerse, ravvisarlo. Quindi
Motteggi e colpi le accoglienze fûro.
Colpi egli pazïente in sua magione
Per un tempo soffrìa, non che motteggi;
Ma, come spinto dall'Egìoco Giove
Sentissi, l'armi dalla sala tolse,
E con l'aìta del figliuol nell'alto
Le serrò del palagio. Indi con molto
Prevedimento alla reina ingiunse
Che l'arco proponesse e il ferro ai proci:
Funesto gioco, che finì col sangue.
Nessun di noi del valid'arco il nervo
Tender potea: ché opra da noi non era.
Ma dell'eroe va in man l'arma. Il pastore
Noi tutti sgridavam, perché all'eroe
Non la recasse. Indarno fu. Telemaco
Comandògli recarla, e Ulisse l'ebbe.
Ei, prese in man l'arco famoso, il tese
Così e il tirò, che ambo le corna estreme
Si vennero ad unir: poi la saetta
Per fra ...

Buy after you read

 

 
Powered by Semantic Browsing Last revised 11-12-2007
The machine to read by Francesco Lentini - © 2007 ALL rights reserved